Spunti didattici
Il Museo offre numerosi spunti didattici per l’approfondimento tematico sulle popolazione antiche del nostro territorio, grazie al sistema espositivo corredato di pannelli esplicativi. Il Museo inoltre si rende disponibile per le scuole a studiare percorsi specifici di visita mirati ad esigenze particolari e suggeriti dai reperti esposti. Alcuni esempi:La tecnologia degli Etruschi: l’oreficeria di Populonia
Vita quotidiana dei Principi etruschi: il banchetto
Vita quotidiana della donna etrusca: la cosmesi
La tecnologia degli Etruschi: l’oreficeria di Populonia
In Etruria l’impiego dell’oro e dell’argento per gli oggetti di prestigio ha inizio già nel IX secolo a.C., ma è soprattutto nella fase Orientalizzante che i corredi funerari si arricchiscono di monili e vasellame in metallo prezioso, inizialmente importati e poi imitati sul posto. E’ in questo periodo che si introducono in questo campo nuove tecniche e nuovi motivi ornamentali, a seguito dell’arrivo di orafi dal Vicino Oriente. Fenici e Greci trasmettono agli Etruschi tecniche sperimentate a partire già dal 2500 a.C. in Mesopotamia e poi diffuse in Siria, Anatolia, Egitto e nel mondo egeo: la granulazione, il pulviscolo, la filigrana. La granulazione, una tecnica tutt’oggi impiegata nell’oreficeria che rende le superfici metalliche opache come il velluto, consisteva nell’applicare su lamine d’oro minuscole sferette che potevano raggiungere anche le ridottissime dimensioni di un decimo di millimetro. La forma globulare veniva ottenuta alternando in un piccolo crogiolo polvere di carbone a piccoli frammenti d’oro, che, riscaldato alla temperatura di circa 1100° C, restituiva sferette di varie dimensioni, separate poi per grandezza da appositi filtri. La loro applicazione a formare disegni più o meno complessi richiedeva tempo e grande precisione. La saldatura si otteneva applicando sulla lamina la crisocolla, nome che gli antichi davano alla malachite (ma sicuramente si impiegavano anche altri minerali di rame), e scaldando poi l’oggetto in appositi forni a circa 900°C. La tomba delle Orificerie (al primo piano) merita veramente il nome che le fu attribuito quando venne alla luce nel 1940. La maggior parte degli oggetti in oro appartiene ai decenni centrali del VI sec. a.C.: una coppia di orecchini a cornetta in lamina ripiegata, due semplici spiraline fermatrecce, un anello in oro e ambra e soprattutto, veri capolavori della tecnica a granulazione e a filigrana, una coppia di orecchini a “bauletto”, decorati con minuscole sfere a formare delle rosette, e due pendagli conformati a ghianda, nei quali la superficie scabrosa del cappello, applicato a parte, è resa mediante la tecnica del pulviscolo; anche il fermaglio ha appendici a forma di piccole ghiande, ma qui il cappello è decorato a granulazione, mentre il frutto è stato lavorato con la tecnica della filigrana
. Una variante molto simile di orecchini “a bauletto”, con infiorescenze a petali ottenuti con sottili lamine ripiegate a nastro, forse di fabbrica vulcente, è nota nel corredo della Tomba dei Flabelli al Museo Archeologico di Firenze, che conteneva anche altri preziosi, tra i quali spiccano un anello con castone ellittico sbalzato con il mito di Eracle e Nereo e un raffinato spillone per capelli con testa sferica. Ma è per l’età ellenistica, tra IV e III sec. a.C., che Populonia ha restituito la serie più cospicua di monili aurei. Si nota in questo periodo in tutta l’Etruria un nuovo gusto per le oreficerie influenzato dalle produzioni magno-greche e macedoni. Le necropoli populoniesi hanno restituito non solo orecchini, ma anche pendenti a forma sferica, bullae sbalzate, anelli con pietre dure inserite nel castone o sbalzati. Di particolare finezza è una coppia di orecchini a tubo rinvenuti entro una piccola olletta di ceramica acroma nella necropoli di Monte Pitti (al secondo piano), di un tipo relativamente raro a Populonia (un altro esemplare sicuramente proveniente da Populonia è al Museo Archeologico di Napoli), dove invece sono più diffusi gli orecchini a cornetta decorati a granulazione. Anche tra le ceneri della signora della tomba 14 della Necropoli delle Grotte (al secondo piano) si è conservato un orecchino d’oro, costituito da un semplice cerchietto liscio. Tra gli oggetti di ornamento personale di periodo ellenistico spiccano a Populonia le corone auree, indossate sia dalle donne che dagli uomini, come si osserva sulle pareti affrescate delle tombe di altre città d’Etruria. Sono costituite da una lamina rettangolare su cui è applicata una serie di foglie in lamina disposte a gruppi attorno ad un rosone centrale. Populonia attualmente ne ha restituite sei, decorate a sbalzo con semplici motivi decorativi, con teste di Acheloo, divinità marine e scene mitologiche. Due di queste, di un tipo unico in Etruria ma conosciuto in Magna Grecia, provengono dalla necropoli di Monte Pitti e sono la versione economica di quelle d’oro: sono, infatti, in lamina di piombo con piccoli fori per l’inserimento, tramite fili di bronzo, di bacche e corimbi in terracotta dorata. E chissà quanti altri preziosi oggi potremmo ammirare se la cupidigia dei tombaroli non li avesse sottratti per sempre al loro contesto….Vita quotidiana dei Principi etruschi: il banchetto
Nelle tombe dipinte dell’Etruria Meridionale, uomini e donne sdraiati su klinai (letti conviviali), distesi su variopinte coperte e appoggiati al cuscino ripiegato, conversano rapiti dalle danze e dalle musiche di fanciulli e fanciulle nella pausa gioiosa del convito. Questa cultura “dell’abbondanza”, certo riservata ai ceti più abbienti, suscitò lo scandalo dei Greci, anche perché al banchetto etrusco erano ammesse le donne, escluse, invece, nel mondo ellenico. Ancora alla fine del II secolo a.C. il filosofo e scienziato greco Posidonio di Apamea si stupisce che gli Etruschi, serviti da molti schiavi, apparecchiassero sontuosamente due volte al giorno con vasi d’argento. Eppure fu proprio dai Greci che, alla fine dell’VIII secolo a.C., gli Etruschi appresero l’uso orientale di banchettare sdraiati: prima di allora consumavano il pasto seduti al tavolino. E se il l’uso del vino è attestato sin dal Villanoviano, solo per le aristocrazie del VII secolo il momento del simposio assumerà un significato profondo, come occasione di esibire non solo suppellettili preziose, ma anche quella cultura che affonda le sue radici nel modello omerico (ricostruzione del banchetto, primo piano).
Nel VII secolo, l’aristocrazia di Populonia non fa certo eccezione. Qui a raccontarci i momenti del banchetto sono le suppellettili dei corredi tombali: crateri (grandi vasi dalla bocca larga per mescolare con l’acqua il vino, troppo forte e denso per essere bevuto puro), oinochoai (brocche per versare l’acqua), kyathoi, kantharoi (calici con una o due anse) e kylikes (coppe) per bere; colatoi, colini per filtrare il vino; simpula (mestoli) per attingere e versare; spiedi, molle, alari, grate da focolare, ventagli (flabelli), come quelli che hanno dato il nome ad una delle più ricche tombe orientalizzanti di Populonia. Il corredo della tomba a camera rinvenuta da Antonio Minto sul Poggio della Porcareccia nel 1921 (primo piano) esemplifica la varietà delle suppellettili per il banchetto: un elegante kyathos (calice moniansato) in bucchero con l’ansa decorata a traforo, un kantaros (calice a due anse) pure in bucchero, un bacile bronzeo, gli strumenti per la cottura della carne (spiedi ed alari) in ferro, un piatto tripode d’importazione fenicia, utilizzato come mortaio per approntare le spezie con cui si aromatizzavano i cibi e il vino. Anche il corredo della Tomba delle Oreficerie (primo piano) esalta il momento della bevuta nel convito, con simpula (attingitoi), brocche, coppe, una situla bronzea per l’acqua (ne rimane solo l’ansa), il manico di un ventaglio analogo a quelli della Tomba dei Flabelli, e un oggetto particolare, il “graffione”, variamente interpretato come supporto per l’illuminazione o come strumento per infilzare la carne. Nel corredo della Tomba dei Vasi Fittili (primo piano) è la ceramica per il banchetto ad avere maggior rilievo: kyathoi in bucchero di misure diverse, un elegante calice su alto piede strombato, oinochoai in bucchero che imitano le più costose produzioni bronzee, una kotyle (coppa) e uno skyphos (tazza) decorate secondo modelli della ceramica corinzia, un’olpe (brocca) di produzione italo-geometrica. Nel periodo arcaico e classico (VI-V sec. a.C.), nell’apparato per il banchetto si introducono nuovi contenitori come i kyathoi in bronzo “a rocchetto”, usati anche come unità di misura, una particolare forma di situla con il fondo cilindrico usata come recipiente per il vino, bruciaprofumi (thymiateria) in bronzo arricchiti da varie decorazioni plastiche (secondo piano), come quelli, raffinatissimi, del corredo della tomba che ha restituito anche le preziose idrie del ceramista ateniese Meidias, della fine del V sec. a.C. Nella fase ellenistica compaiono vasi e candelabri in piombo, attestati ad esempio nella tomba 14 della Necropoli delle Grotte (secondo piano), e candelabri e thymiateria in terracotta ad imitazione di quelli in metallo, come gli esemplari a figurina di Hermes dalla necropoli di Monte Pitti. Le fonti antiche ci parlano dell’ottima qualità del vino di Populonia (il nome stesso della città sembra etimologicamente connesso con il nome del dio Dioniso), ma solo dalle indagini archeologiche abbiamo informazioni sull’alimentazione degli Etruschi di Populonia: gli scavi dell’Acropoli testimoniano il consumo di pollo, documentato anche dai resti di uova (che assumono però anche un significato simbolico) rinvenuti, insieme ai quelli di un maialino da latte, nella sepoltura di un bambino incinerato alle Grotte della metà del III secolo a.C. Le analisi paleopatologiche hanno rivelato l’uso di una dieta proteica anche per i ceti più bassi, come l’individuo morto di carcinoma ai polmoni seppellito in una fossa scavata nel riempimento della cava delle Grotte. Erano molto apprezzati anche il pesce e i molluschi, il cui consumo è attestato con certezza almeno fin dall’età del Bronzo.
