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Orizzonti nel Parco 1998. Dario Bartolini

“Orizzonti nel Parco” è una forma di collaborazione tra un artista (Dario Bartolini) e una impresa come quella dei Parchi della Val di Cornia, e in particolare col Parco di San Silvestro.
Questo luogo esprime intensamente la cultura che in passato lo ha attraversato, che è anche cultura del presente, scientifica e politica: impossibile non appassionarsi!
La poetica dell’artista non può prescindere dal luogo in cui opera. In tal senso due mesi di lavoro sul posto (e il lavoro non è finito) sono un omaggio al tempo, al luogo e a chi li ha vissuti.
“Orizzonti”, perché decifrare i miei lavori richiede la separazione momentanea tra linea e fondo, quindi la ricerca di un orizzonte adatto per vedere la figura contro il cielo o una superficie omogenea. Contro la distrazione e l’eccesso di informazione si chiede quindi a ciascuno di cercarsi il proprio orizzonte per meglio distinguere, come si fa nella vita. Dopo sarà più facile riconoscere la forma anche in un fondo variato, ricco e complesso.
Queste opere sono linee modificate per costruire figure o semplici spazi. Lavoro diverso da quello dello scultore che toglie materia dal blocco di pietra o aggiunge cera al modello.
Opere instabili come mutevole e non prevedibile è chi osserva. Fragili, effimere e in equilibrio, adattate a un suolo impervio. Opere che si trasformano lentamente (la ruggine polverizza il ferro, la grandine spezza il vetro), inglobate dalla natura, opere provvisorie.

I segni dell’uomo. "Dalla memoria alla materia": le foto di Giovanni Breschi

fotos.silvestro3Nel 2006, trent’anni dopo la chiusura delle miniere, un fotografo si aggira per i vecchi impianti, per gli spogliatoi abbandonati, per le sale macchine coperte dalla polvere. Si sofferma di fronte allo Zero fisso di un contatore. E’ tentato di indossare delle cuffie anti-rumore rimaste appese a un chiodo. Sono i segni dell’uomo. E’ memoria. Ma è anche materia che, lentamente, si trasforma. Anzi, in tre decenni, si è già trasformata. Allora Giovanni Breschi, grafico e fotografo fiorentino, scatta. Inquadra macchie di ruggine su una lamiera, ritrae l’incastro confuso di ingranaggi bloccati, legge gli inutili cartelli che avvertivano di pericoli che più non ci sono. Fotografa quella polvere e quella ruggine. Trova una cassetta colma di grossi dadi dalla filettatura spessa. A un certo punto è come se riapparissero anche quei minatori (non ci sono uomini nelle sue foto, ma la loro presenza si intuisce) che ogni mattina mettevano in movimento l’argano o i compressori. Li vedi compiere gesti quotidiani. Li immagini. Eppure queste foto (sono esposte al piazzale dei Lanzi, a fianco dei vecchi impianti di flottazione della miniera e alla stazione di arrivo del trenino della galleria dell’Ortaccio) sono anche quadri astratti. Come se, davvero, la trasformazione della materia avesse raggiunto un altro livello. Quando ho visto la prima volta le foto di Giovanni ho pensato a quadri. Non erano meccanismi industriali, erano creazioni della fantasia robotica di Paul Klee o di Vasilij Kandisnkj. Erano macchie di colore. Geometrie iperrealiste.
Uno strano destino avvolge quanto rimane dopo una ‘dismissione’: quegli impianti (nastri trasportatori, macchine rumorose, cinghie, cavi, compressori) cambiano davvero. Prima hanno potenza. Sono lavoro. Vita di decine e decine di uomini. Possono far nascere sensazioni di potere o di ostilità (chi definirebbe bella una fabbrica o una miniera durante gli anni della fatica? Le miniere in attività fanno subito pensare allo scempio ambientale). Poi le miniere chiudono. E allora, come un rito, si lotta per cercare di farle sopravvivere, si perde quella battaglia (era una battaglia persa) e gli impianti vengono abbandonati. E loro, ferraglia intrisa dell’anima dei minatori, sono liberi di trasformarsi: gli archeologi industriali vi si aggirano incuriositi e beati, mentre gli artisti, come i fotografi, ci trovano istanti di perfezione. Le foto di Giovanni Breschi sono memoria e arte.


(Andrea Semplici - dalla nuova guida del Parco di San Silvestro in pubblicazione)

Gli alberi e la poesia

ss poesia appesaSiete seduti sotto un olivo. Ai piedi della rocca di san Silvestro. E, all’improvviso, si avvera un piccolo miracolo: come un monaco zen avete voglia di comporre un breve poesia, un haiku della Maremma. Non è un miraggio quello che prima di sdraiarvi non avete notate. E’ accaduto sul serio. Francesco Camerini, guardaparco, ha cominciato anni fa ad appendere parole agli alberi. Sono poesie, è Poesia Appesa. Brevi istanti di perfezione si trasformano in un verso e vogliono rimanere vicino agli alberi che li hanno ispirati.
L’idea è stata un contagio. E i viaggiatori che attraversano il parco ne sono rimasti affascinati. Hanno accolto l’invito a diventare poeti. In molti hanno cominciato a lasciare i loro messaggi, hanno scritto sulla pietra. A fine stagione, agli inizi di ogni inverno, queste pietre saranno appese ai rami di un vecchio olivastro. Raccontano di una contemplazione, di un’ispirazione improvvisa. Del miracolo di un luogo.

(Andrea Semplici - da "La nuova guida del Parco di San Silvestro" in pubblicazione)

La "poesia appesa" vista con gli occhi di un visitatore